Alfonso, il contadino che ha offerto la sua terra ai No Tap per difendere gli ulivi

Alfonso Martano ha speso una vita nei campi di Melendugno: questi alberi li ho visti nascere, sono sacri

Alfonso Martano, foto di Danilo Calogiuri

Alfonso Martano, foto di Danilo Calogiuri

Fulvio Colucci 25 giugno 2017

Alfonso Martano non riesce a spiegarselo. “L’ulivo è sacro” ripete ad alta voce; voce contadina, dolce e aspra insieme; voce che ricorda i versi di Vittorio Bodini. Voce che si leva perché offesa dall’immagine che ha trafitto gli occhi: l’oscena processione di alberi incappucciati, divelti, caricati sui camion quasi fossero condannati al patibolo.
Questa è nel Salento la rivolta contro l’avvio dei lavori della parte terminale del gasdotto Tap: le rughe e la voce immensa, antica, mite nella sua intonazione, di un uomo. Di un uomo che ha deciso di accogliere e non respingere altri uomini, donne, bambini; attraversa generazioni, quella voce che è diventata più voci, si oppone alle ondate squassanti di violenza e dolore abbattutesi come un terremoto su questo Getsemani.


La protesta sgorga dall’umano rifiuto, quello di Alfonso, quello delle donne e degli uomini del Salento, di vedersi sottrarre gli ulivi – qui più di un simbolo - nell’attonita campagna di Melendugno accesa dai fuochi ribelli, dalla rabbia al sole, dagli scontri tra poliziotti e cittadini nella luce più cruda e tenera di Puglia. Fiammate tra alberi e zolle intrise del rimorso caro a Ernesto De Martino, mentre il mare di San Foca rimane in disparte, ineffabile, a pochi chilometri da qui. Il mare dei miti e dell’accoglienza, l’”Adriatico selvaggio”, le cui viscere subiranno silenti la genetica trasformazione imposta dal gasdotto.


Alfonso, una vita nei campi a Melendugno in provincia di Lecce, lì dove lo stesso Bodini cantava i mezzadri invisibili che “parlano turchino”, non avrebbe mai creduto, un giorno, di doversi ribellare alla vista degli ulivi sollevati dalle gru. “Sono lì – racconta – da sessant’anni, li ho visti crescere come figli”. Si sovrappongono alle parole di Martano, quasi triste presagio a futura memoria, le immagini dei mezzi pesanti che abbattevano a Taranto, nello stesso periodo in cui nascevano gli ulivi di Melendugno, gli antichi “patriarchi” della piana che si stende fino a Metaponto, costeggiando la murgia. Sterminati in 40 mila per far posto, nel 1960, all’Italsider.


Nella rivolta soffia ancora lo spirito contadino della ribellione scoppiata nel comprensorio dell’Arneo, tra il 1949 e il 1951, quando i braccianti del Salento lottarono per sottrarre terra e lavoro ai latifondisti, battendosi ancora a mani nude, subendo centinaia di arresti da parte della polizia di Scelba. Uomini costretti poi ad emigrare, a lasciare l’Italia per trovare un pane da vivere. I loro volti fieri sono in questa foto tratta dalla mostra ideata e realizzata da Mario Vantaggiato: “Rosso d’Arneo. Mostra fotografica e documentaria a 50 anni dalle lotte per l’Arneo”. I braccianti circondano Tina Mongiò Tamborino, accorsa nella sua proprietà occupata per cedere 150 ettari a contratto in enfiteusi ed evitare l’inasprimento degli scontri.


Foto tratta da "Rosso d'Arneo. Mostra fotografica e documentaria a 50 anni dalle lotte per l'Arneo", ideata e realizzata da Mario Vantaggiato. Tina Mongiò Tamborino accorsa sulla proprietà occupata, cede 150 ettari a contratto in enfiteusi agli occupanti anche per evitare l'inasprimento della lotta bracciantile.


“Due settimane fa, di domenica, ero in campagna. Ho incontrato i ragazzi che lottano contro il gasdotto – spiega Alfonso Martano – e ho chiesto loro cosa stesse succedendo. Temevano partisse, da un momento all’altro, l’ordine di abbattere gli alberi e chiedevano aiuto. Ho pensato così di dar loro una mano”. Il comitato “no Tap” ha stabilito un presidio nello spazio non coltivato della proprietà di Martano, a dieci metri di distanza dal cantiere dove sorgerà il microtunnel del gasdotto Tap, il Trans Adriatic Pipeline, l’emblema delle magnifiche sorti e progressive del gas che dall’Azerbaijan, attraversando Turchia, Grecia, Albania e mar Adriatico, arriverà in Puglia.


“A che serve il gas? Io ci tengo agli alberi, l’ulivo è sacro” ripete Martano, aggiungendo con impercettibile commozione: “Sarà che li ho visti nascere, ricordo quando li hanno piantati. Ripeto: sono come figli e la loro vista mi riporta alla giovinezza. E’ anche questa la forza degli ulivi, la loro ricchezza. Perché distruggere un patrimonio così grande? A cosa serve il gas?”.


A cosa serve il gas se non a rendere più amare le parole di Alfonso Martano, l’uomo che piantava gli alberi, l’emblema della resistenza civile a Melendugno contro uno sviluppo che non sarà mai progresso, riporti o no gli ulivi sradicati nella loro terra generatrice. A cosa serve il gas, se non a segnare orribilmente queste notti turchine e quiete del Salento e mattine di pietra viva e bianca come ossa, di germogli verdi dal sapore amaro d’agave, olive e oleandri. A cosa serve il gas?


Forse, per paradosso, serve ad alimentare la lotta di un popolo che non vuol veder “gasata” la propria terra, che crede, le rughe di Alfonso e quelle degli ulivi, essere la stessa cosa del sangue e anche una carta geografica dove sono tracciate le coordinate del sentimento della democrazia.
“La democrazia? Sono giornate tristi per la democrazia.” il sindaco di Melendugno Marco Potì ha perso il conto delle cariche e degli “spostamenti” subiti dai manifestanti ad opera di carabinieri e polizia. Lui c’era, era lì in prima fila a subire l’urto delle cose. Lui c’è e si muove dentro il fitto reticolo di accessi chiusi ai “no Tap” e aperti al passaggio dei mezzi che espiantano i 211 ulivi. Una tela del ragno, tessuta invisibilmente tra i muri a secco coperti dagli striscioni in cui l’amore per la terra è pretesa e non vizio assurdo. Una tela dove il morso della taranta non è morso d’amore. Potì resta insieme a studenti e famiglie, insieme ad altri sindaci e amministratori di Comuni vicini, da Gallipoli a Calimera, non tace per amore del suo popolo e quella fascia tricolore che rappresenta lo Stato è diventata, di colpo, pesantissima.


Il suo collega di Gallipoli, Stefano Minerva l’ha tolta, sventolandola come bandiera controversa mentre la polizia lo allontanava dalla zona di transito dei camion. Lui gridava all’abuso di potere a mani levate, inerme come lo stesso Potì in una delle foto di Danilo Calogiuri pubblicate da “Globalist”. Mani levate non in segno di resa perché Potì lo dice: “Noi faremo una battaglia”. E questa battaglia sta “nella procedura”. L’ultima linea di resistenza no Tap i sindaci vogliono tracciarla fino a Bari, disegnandola dentro e fuori quel tavolo tecnico convocato dalla Regione Puglia, dal presidente Emiliano che vorrebbe l’approdo del gasdotto trenta chilometri più a nord, vicino alla zona industriale di Brindisi, alla centrale di Cerano, anch’essa da lungo tempo al centro del grande dibattito sull’inquinamento in Puglia, per salvare le coste salentine.


“E’ illegale lo spostamento degli ulivi per un’opera che non è ancora cantierizzabile visto che è ancora aperta la discussione sulla Valutazione d’impatto ambientale nazionale”. L’altolà di Michele Emiliano arriva proprio al tavolo tecnico chiesto da Potì. Per la Regione Puglia la partita resta aperta vista la presenza di decine di osservazioni al progetto (compreso il microtunnel in via di riconsiderazione) e malgrado il via libera del ministero dell’Ambiente. Ma intanto la processione degli ulivi al patibolo continua e su Facebook il movimento no Tap critica il governatore: “Finalmente è palese, Michele Emiliano – si legge sulla pagina del movimento - non ha nessuna intenzione di fermare il Tap. Tap si sta basando su autorizzazioni vecchie per gli espianti, autorizzazioni che riguardano un vecchio progetto del 2015, a febbraio di quest’anno tap ne ha presentato uno nuovo che si sta ancora valutando. Basterebbe che Emiliano facesse ritirare le autorizzazioni fitosanitarie per evitare la mattanza di ulivi e persone”.


“Quello che è accaduto – spiega agli organi d’informazione il sindaco di Melendugno Potì - è molto grave ed è avvenuto perché il capo di una società privata che si chiama Michele Elia ha chiesto e ottenuto la protezione dello Stato italiano per fare la sua attività e lo Stato italiano ha inteso assecondarlo malgrado il parere negativo di istituzioni e cittadini: chiedevamo di sospendere le attività di espianto degli ulivi fino al chiarimento di tutte le procedure, invece Elia è più forte di tutti noi. Continueremo a vigilare nella procedura e nella legalità”, afferma Potì. «La Regione - aggiunge il sindaco - vuole concentrarsi sulla fase che era oggetto delle nostre contestazioni, perché del tunnel di tre metri di diametro di cemento armato nella zona di approdo non è dimostrata la concreta fattibilità perché c'è sabbia e acqua e ci sono habitat sottomarini protetti e questo non è approvato dal dipartimento di valutazioni ambientali del ministero dell’Ambiente, è in procedura di valutazione, non ha il progetto approvato. Quindi ora fanno l’espianto degli ulivi e poi si devono fermare: una vera e propria assurdità”.


Dal canto suo Michele Elia, manager di Tap per l’Italia, in un’intervista rilasciata a Tonio Tondo della “Gazzetta del Mezzogiorno”, chiede “fiducia” perché “vogliamo aiutare il Salento”. Come? “E’ una terra bella e deve restare com’è, anzi, se possibile la renderemo più accogliente e sicuramente più pulita. Siamo qui – dice Elia - per dimostrare di essere in grado di realizzare una grande opera cruciale per la Puglia, l’Italia e l’intera Europa, mettendo in campo le migliori pratiche mai sperimentate, dalla cura dei 211 alberi di olivo fino al loro ritorno nella stessa dimora al deposito del tubo sotto la superficie di questa terra. I nostri soci sono in maggioranza europei, tra i migliori partner possibili. La nostra Snam che detiene il 20 per cento possiede e usa tecnologie avanzate apprezzate nel mondo. Siamo al vertice della tecnica, stiamo dimostrando che anche in materia ambientale siamo in grado di rispettare le 65 prescrizioni del decreto Via, molto severe e particolareggiate. Una cosa unica anche tra i Paesi avanzati”.


Domenica scorsa al presidio no Tap c’era aria di festa. “Famiglie con bambini, musica, il clima era bello” ricorda la blogger ambientalista Marianna Lentini. Anche nella sua voce percepisci la dolente bellezza di questa terra che lo Stato nega a se stessa e alla sua storia: “In quei posti ci sono cresciuta. La casa dei miei genitori è a 500 metri da lì, giocavo tra gli ulivi da bambina; correvo da ragazzina. C’è una vecchia torre, una pineta. Non riusciremo a bloccare i lavori, non riusciremo ad evitare che sradichino gli ulivi, ma voglio sentirmi in pace con la mia coscienza e per questo mi batto. Voglio fare il possibile per impedire lo scempio, combattere per quello che ho di più caro, per i ricordi, per quello che ci lega, io sono tornata quattro anni fa dal nord e mi sento in dovere di difendere la mia terra, la mia identità. Strappare gli ulivi alla terra significa cancellare la nostra identità salentina, renderci invisibili. Noi – aggiunge Marianna – vogliamo difenderci da chi avvelena. Dalla xylella e da tutto ciò che viene utilizzato per boicottarci. Del gasdotto non c’è bisogno. I bisogni di gas in Europa sono diminuiti, è una mera speculazione finanziaria. E’ una maledetta questione di soldi e fa male soprattutto l’atteggiamento di assoluta sordità verso le richieste d’ascolto delle comunità locali. Le forze dell’ordine? Ho letto Pasolini, non riesco a prendermela con chi guadagna 1400 euro al mese e deve mantenere i figli e magari è figlio di contadini. Non è facile scegliere oggi il lavoro, non è vero che ci sia tutta questa libertà di scelta. E sono sicura che chi, tra i poliziotti e i carabinieri, è nato qui, nel Salento, ha lo strazio nel cuore. Perderemo, ma mi auguro sia gettato un seme in questa terra, il seme di una nuova forma di partecipazione”.


A San Foca la tramontana è di casa, ma non riesce a spazzar via dolori, veleni, divisioni sempre meno sanabili. Sulla pagina Facebook di Tap Italia è apparso un post: “Abbiamo grande rispetto per chi manifesta pacificamente il proprio dissenso per l'opera e restiamo disponibili a confrontarci con chi fa proposte. Allo stesso tempo è importante raccontare tutta la verità. Non tutti i manifestanti sono pacifici. Questa notte è stata lanciata una bomba carta contro il cantiere, ieri sono state lanciate pietre contro i lavoratori che stavano spostando gli ulivi, è presente in cantiere uno striscione che inneggia alla morte di un nostro collega (di cui abbiamo dovuto oscurare il nome per tutelarlo). Ci saremmo aspettati una parola da parte dei sindaci che stanno manifestando, un segno istituzionale che purtroppo non è arrivato. Continueremo a raccontare le violenze che ci saranno in cantiere nella speranza che i manifestanti isolino i violenti e che le istituzioni locali prendano le distanze da certi comportamenti”. Nei commenti di risposta c’è chi ha ricordato la durezza delle cariche delle forze dell’ordine, i contusi e il dramma del professor Pati Luceri, autore di libri di storia contemporanea, da sette giorni in sciopero della fame per protesta contro l’espianto degli ulivi, finito in ospedale dopo i primi scontri, vittima di un malore.


“L’ulivo è sacro” insiste Alfonso Martano con amara schiettezza, mentre gli alberi, in fila sui camion, lasciano il campo inermi e nudi, incappucciati come prigionieri di guerra e i manifestanti chiedono invano a poliziotti e carabinieri, schierati davanti all’ingresso del cantiere, di “accarezzarli” ancora una volta, l’ultima, a mani e braccia levate; mani e braccia sempre più simili a rami contorti e piegati dal dolore del distacco, dell’abbandono. Il vento soffia forte in questo pezzo di sud che Carmelo Bene collocava nella geografia del suo cuore salentino “a sud dei santi”. Il vento soffia e porta con sé lo stormir di foglie glauche e la voce antica del passato che ritorna come un’onda nel presente ad ammonire la mano dell’uomo e uno sviluppo che non è progresso.