Il futuro dell'Ilva tra incertezza del lavoro e certezza dei tumori

Le cifre di una storia dannata mentre si tratta per la vendita del colosso

L'Ilva di Taranto

L'Ilva di Taranto

Fulvio Colucci 25 giugno 2017

L'acquisto dell'Ilva di Taranto ricorda la caccia alla balena “Moby Dick” del romanzo di Herman Melville. Questa settimana le due cordate imprenditoriali interessate a rilevare dallo Stato le acciaierie più grandi d'Europa avrebbero dovuto presentare l'offerta d'acquisto, ma l'operazione è slittata.


Sia Investitalia (composta dal Gruppo Arvedi, dalla Delfin del proprietario di Luxottica Leonardo Del Vecchio, da Cassa Depositi e prestiti e dall'indiana Jindal) sia Am Investco Italy (unisce la multinazionale Arcelor Mittal e il Gruppo italiano Marcegaglia) hanno chiesto più tempo ai commissari di Stato Gnudi, Laghi e Carrubba per svelare le ipotesi di asset industriali e soprattutto i soldi da mettere sul piatto.


Ad allontanare le baleniere dalla grande preda, per restare alla metafora di “Moby Dick”, potrebbe non essere stata la reale volontà di affinare le proprie manovre quanto il drammatico inasprirsi della vertenza occupazionale che si profila all'orizzonte dello stabilimento siderurgico dopo la dichiarazione di quasi 5mila esuberi (4mila 984) da parte dell'Ilva. E i dubbi e gli assilli che restano sul futuro ecologico dello stabilimento: malgrado la presentazione dei piani di eco-compatibilità al ministero dell'Ambiente e la richiesta di correttivi da parte del governo, la questione del risanamento è aperta e piena di insidie perché sono tanti, troppi, i nodi irrisolti in fabbrica.


Solo per fare un esempio, è in corso un braccio di ferro tra lo stesso ministero dell'Ambiente e l'Ilva sulle misure di prevenzione necessarie a contrastare minacce per la salute e l'ambiente. Tra quelle previste, Roma ha chiesto all'azienda l'analisi dei rischi dell'intero stabilimento; vuole valutare i pericoli derivanti dalla contaminazione del sito industriale. Un lavoro immane se si pensa alle dimensioni della fabbrica, grande più del doppio della superficie di Taranto. Un lavoro che, peraltro, esclude le discariche dell'Ilva, fonte non secondaria di inquinamento, fuori dalla perimetrazione del Sito di interesse nazionale.


L'Ilva ha opposto un rifiuto argomentato con due sentenze - del Tar di Lecce e del Consiglio di Stato - che azionano in favore del siderurgico gli estesissimi “scudi immunitari” generati dall'ormai infinita serie di decreti salva-Ilva. Il ministero insiste e non molla in un crescendo paradossale. Ma è la stessa storia dello “scudo” giudiziario che salva i commissari da qualsiasi nuova inchiesta penale esteso ai nuovi acquirenti.


Tornando al “nodo” occupazionale o al “ricatto” occupazionale, che ha tenuto sotto scacco per mezzo secolo una città, Taranto, stretta all'Ilva da un abbraccio mortale, tra necessità e rifiuto. La notizia degli esuberi ha prodotto la solita catena di riflessi condizionati. Anche questa paradossale.


I sindacati dei metalmeccanici (e confederali) hanno urlato il proprio sdegno, paventando la mobilitazione di tutti i lavoratori. Il governo è subito corso al capezzale della fabbrica, in perdita da quattro anni. Palazzo Chigi ha stanziato 24 milioni, qualche giorno fa, per sopperire alla cassa integrazione. Ma nell'ultima audizione di gennaio in Commissione Bilancio alla Camera dei Deputati, il commissario Laghi ha sciorinato cifre ancora critiche: l'Ilva nel 2016 ha prodotto 5 milioni 800 mila tonnellate di acciaio, con un incremento di circa un milione di tonnellate rispetto al 2015, ma molto al di sotto degli standard doppi di un tempo. Le perdite giornaliere della grande fabbrica si sono ridotte da 50 a circa 20 milioni. I dati hanno mandato in visibilio il mainstream giornalistico che celebra le magnifiche sorti e progressive dell'acciaieria, ma confermano una cruda verità: l'azienda è in forte sofferenza per la natura stessa di “colosso”. Le sue dimensioni, il raddoppio degli impianti voluto negli anni '70 dalle classi dirigenti locali che pressarono i governi dell'epoca, si sono rivelati nel tempo una condanna definitiva e senza appello. L'Ilva, come certe idre mitologiche dalle mille teste fumanti, così com'è oggi o produce tanto, troppo vista la situazione del mercato, o è destinata al fallimento. E produrre tanto, troppo, significa, a queste condizioni, inquinare e uccidere.


I sindacati temono gli esuberi come il primo passo verso il licenziamento della metà degli occupati. A loro giudizio – qualora diventassero strutturali - rappresenterebbero un “regalo” ai nuovi padroni: uno stabilimento più “leggero” farebbe il loro gioco, raggiungendo anzitempo e senza troppi patemi per gli acquirenti, il risultato del ridimensionamento. Ma meno acciaio e meno manodopera salverà l'Ilva?


In realtà Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil, pur facendo la voce grossa, sono tagliate fuori da ogni discorso relativo alla cessione aziendale. A più riprese hanno chiesto incontri ai commissari per avere notizie sulle trattative, ma le domande sono rimaste inevase perché i big player - governo, gli stessi commissari Gnudi, Laghi e carrubba, gli acquirenti – giocano un'esclusiva partita a tre. I rappresentanti dei lavoratori hanno perso potere contrattuale e capacità d'interdizione man mano che la vicenda è entrata nel vivo. Altro paradosso. Per ora devono accontentarsi di gestire la fuoriuscita dei lavoratori esposti all'amianto o, meglio, cercare come molti anni fa di pressare perché il governo riconosca questo ammortizzatore come forma di alleggerimento della forza lavoro.


Quando l'Ilva era in mano pubblica e si chiamò anche Italsider (1960-1995) in fabbrica era impossibile muovere un chiodo senza il placet sindacale. Persino la famiglia Riva (1995-2012), che pure avviò e concluse un profondo processo di desindacalizzazione delle maestranze, non riuscì a sradicare la triplice e ad azzerarne l'influenza; semmai provò a modellarla a suo piacimento senza riuscirci pienamente. Quel che non fece Riva fecero i commissari e il ritorno alla gestione pubblica sorprende e segna l'ennesimo paradosso: i sindacati giocano in difesa.


Non è una notizia positiva. Perché nella malaugurata ipotesi tornasse a soffiare il vento della protesta a oltranza, da parte degli operai per gli esuberi, con forme dure e drammatiche come i blocchi stradali che nel 2012 misero in ginocchio la città di Taranto, dopo il sequestro dello stabilimento siderurgico da parte della magistratura per disastro ambientale, un sindacato più debole avrebbe minori capacità di controllo e di manovra.


Altro riflesso condizionato è quello indotto nel governo dai timori di una “bomba sociale” che a Taranto potrebbe deflagrare innescata dalla miccia degli esuberi all'Ilva e produrre conseguenze devastanti in tutto il Mezzogiorno. Ecco il tempismo dei 24 milioni in dote alla cassa integrazione.


I paradossi della grande “Balena bianca” (curiosamente l'Ilva nasce come fabbrica democristiana; furono Aldo Moro e la Chiesa locale i grandi protagonisti della costruzione a Taranto del IV Centro siderurgico; negli anni '60 e per lungo tempo la maggioranza dei lavoratori era iscritta alla Fim Cisl; il 25 dicembre del 1968 Paolo VI celebrò la messa di Natale nell'altoforno) non finiscono qui.


L'Ilva formato “Moby Dick” sembra allontanarsi verso orizzonti nebbiosi proprio quando la sua navigazione incrocia le rotte di chi le dà la caccia per renderla inoffensiva. Nel suo ventre si agita il malessere operaio e quello della città che non riesce a fare a meno del proprio “carnefice” stando ai dati epidemiologici e dell'esposizione agli agenti inquinanti degli ultimi anni. Si chiama “ricatto” occupazionale e questo è stato detto, in ossequio all'inesauribile teoria dei paradossi.


“La battaglia sulla diossina non è mai finita perché anche se le emissioni sono ridotte continuano a rappresentare un pericolo”. Alessandro Marescotti, leader degli ambientalisti di Peacelink, quasi dieci anni fa scoprì quanta diossina avvelenava latte, formaggi, frutti di mare a Taranto. Un “effetto Seveso”, ma goccia a goccia: per decenni. Oggi, dopo l'inchiesta della magistratura e il processo in corso per disastro ambientale (alla sbarra la famiglia Riva, il management dell'Ilva privata, personaggi delle istituzioni politiche e degli organi di controllo), si batte ancora contro l'Ilva formato “Moby Dick” senza il cuore nero di Achab ma con una tenacia inossidabile che rimanda al comandante di Melville. “Peacelink ha denunciato l'inquinamento della falda acquifera superficiale e di quella profonda all'interno dell'Ilva. Persino la maglia nera di Torino per le polveri sottili da traffico, secondo la classifica di Legambiente, diventa qualcosa di relativo se i dati di Taranto li moltiplichiamo in base alla tossicità delle sue polveri condizionate dalla presenza industriale”. E la diossina? “C'era una data – spiega Marescotti – ed è quella dell'otto marzo 2016. L'Ilva doveva dimezzare la diossina applicando particolari filtri nel reparto di agglomerazione. Da 0,3 nanogrammi per metro cubo d'aria sarebbe precipitata a 0,15. Non è stato possibile: l'azienda non aveva le risorse economiche per acquistare i filtri. Pensare che si tratta di una delle prescrizioni previste dall'Aia, l'Autorizzazione integrata ambientale rilascia all'Ilva dal governo. Così – sottolinea il leader di Peacelink – se è accettabile il limite di 0,3 nanogrammi in città, esso rappresenta un pericolo per la terra. Perché non è possibile bonificare i pascoli efficacemente se la contaminazione continua in tale misura”. Ne sa qualcosa Vincenzo Fornaro, l'allevatore che si è visto abbattere centinai di ovini infettati dalla diossina nella sua masseria e che ora, icona ambientalista, è candidato sindaco a Taranto alle elezioni amministrative di primavera.
Le prescrizioni Aia sono state rinviate, diluite, realizzate solo in parte ricorda ancora Marescotti. E sì che dovrebbero garantire un'Ilva efficiente ai nuovi acquirenti. Simbolica resta la mancata copertura dei parchi minerali il cui spolverio ha drammaticamente cambiato la fisionomia cromatica del quartiere più vicino alla fabbrica, i Tamburi, oggi colorati, come il vicino cimitero, dal rosso e dal nero minerale che si attacca ai polmoni: “I parchi non sono nemmeno pavimentati - ricorda il leader di Peacelink – e sì che questo appare indispensabile per evitare infiltrazioni nel terreno. Quando sento parlare del miliardo e 300 milioni che i Riva restituiranno all'Ilva, dopo l'accordo con la magistratura milanese, temo contraccolpi a livello europeo. L'Italia ha già due procedure d'infrazione in corso a causa del siderurgico: sulla gestione ambientale e sulle norme relative alla concorrenza. Non vorrei che, come per il prestito ponte di Alitalia, i soldi dei Riva fossero considerati aiuti di Stato. Pensare che con quelle risorse – conclude Marescotti – si potrebbe formare gli operai e, visti gli esuberi, destinare parte dei dipendenti dell'Ilva ai lavori previsti dall'Aia, come, appunto, la copertura dei parchi minerali.


La vicenda Ilva è una dannata storia di numeri, di parole. Entrambi importanti. Una dannata storia di soldi che oggi sembrano esserci e domani scompaiono di colpo. Qualche anno fa la procura di Taranto calcolò in otto miliardi la spesa per il risanamento (vero) dello stabilimento. Chi è disposto a spendere una somma simile per un'acciaieria comunque sotto sequestro giudiziario? Nessuno.


Proprio in acciaieria, i compagni di reparto di Antony una somma l'hanno spesa: tredicimila euro; una colletta per aiutarlo. L'operaio, colpito da un tumore al cervello, è guarito. Ora resta a disposizione dell'azienda, ma i chiari di luna della cassa integrazione sono in realtà la faccia oscura del futuro.


Così l'Ilva formato “Moby Dick” continua la sua perigliosa, indecifrabile, rotta. E i suoi inseguitori lì a dannarsi nella caccia che non ha mai fine.