Il patto sociale del Papa e la lezione di Federico Caffè

All'esigenza di far lavorare i giovani si contrappone un capitalismo tutt'altro che inclusivo

Il professor Federico Caffè

Il professor Federico Caffè

Fulvio Colucci 29 giugno 2017

Letture estive e sorprese. Per esempio quelle de «L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffè scomparso e mai più ritrovato» di Ermanno Rea, rarissima edizione degli «Struzzi» Einaudi (1992). Sfogli le pagine, con qualche brivido alimentato dal mistero e dallo scirocco, e trovi risposte al presente. Come in ogni giallo irrisolto.


L’appassionata ed enigmatica vicenda dell’economista svanito nel nulla, la notte tra il 14 e il 15 aprile del 1987, rimanda a un’altro, clamoroso caso: quello del fisico siciliano Ettore Maiorana (sparito mezzo secolo prima). Cose risapute, vero. Probabilmente come Majorana vide anzitempo i pericoli dell’energia nucleare, così Caffè comprese prima l’apocalisse del turbocapitalismo globale, il collasso del modello solidaristico keynesiano, della capacità regolatrice dello Stato, l’avvento dell’idolatria del mercato. E non volle stare al «gioco». Una «forza di scambio incontenibile», tra realtà e futuro, soggiogò i due scienziati per dirla con Leonardo Sciascia, rimandando a quel capolavoro che fu il suo «La scomparsa di Majorana».


Letture estive. E coincidenze. Arrivi quasi in fondo al testo di Ermanno Rea e trovi un passaggio decisivo sul patto sociale. Lo leggi, lo rileggi. Assapori le parole di un articolo di trentanove anni fa, il primo che Caffè scrisse per la rivista «Sinistra ‘78». Un articolo-saggio nel quale il professore universitario avanzava critiche metodologiche al documento approvato, due mesi prima nel gennaio del 1978, dalla Federazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil. Un testo nel quale il sindacato, in nome appunto del patto sociale, dichiarava la disponibilità della classe lavoratrice a una «stagione di sacrifici».


Era, quello di Caffè, uno scritto corsaro, pubblicato da un periodico che ebbe vita brevissima, espressione della Terza componente della Cgil guidata da Antonio Lettieri (equidistante dalle anime comuniste e socialiste del primo sindacato italiano). E mentre il vento serale scompiglia antiche pagine, donando un timido refrigerio alla calura, ma non ai dubbi, ecco che il testo del mistero irrisolto, rivela il presente.


Perché nemmeno il tempo di restare dentro le pagine col dito, il più antico segnalibro, che bisogna tornarci. Su Instagram, l’accigliata immagine di papa Francesco ergendosi dalla timeline esige attenzione: «Stolto far lavorare a lungo gli anziani mentre i giovani sono a casa» dice il pontefice. E pensiamo a Caffè, al suo dolore per aver abbandonato la cattedra di Politica economica alla Sapienza di Roma per raggiunti limiti d’età, ma soprattutto i suoi giovani allievi. «E’ urgente un nuovo patto sociale per il lavoro che riduca le ore di lavoro per chi è nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il diritto-dovere di lavorare». Ecco la parola chiave del papa: patto sociale.


Torni col dito, repentinamente, sulle pagine di Rea, qualcosa dal presente richiama Caffè con prepotenza e vedi la sua ombra ergersi in gran dispitto e rilucere e rispondere al papa, come in un dialogo a distanza alimentato dalla meravigliosa macchina del tempo che può essere un libro. E lampeggia la soluzione del giallo irrisolto, quasi in un temporale notturno d’estate: «Come può parlarsi di “patto sociale” – scriveva Caffè – prima che le banche e le istituzioni finanziarie di carattere pubblico smantellino le loro filiali e affiliate in Svizzera, in Lussemburgo o nelle Bahama? Se il “patto sociale” è fondamentalmente un impegno di reciproca lealtà, cosa vi è di leale, di efficiente, di socialmente valido in queste forme di deteriore capitalismo inconcepibilmente tollerate dalle autorità tutorie? E’ il venir meno della “illusione istituzionale” – concludeva Federico Caffè – che ha posto in evidenza quanto di illecito e illegale vi fosse dietro facciate apparentemente rispettabili. E questo rende vacuo e ipocrita l’appello al “patto sociale”, rivelandone in pieno l’intendimento sottaciuto di mera resa a discrezione delle forze sindacali».


E allora bene un nuovo patto sociale, ma solo dentro il perimetro che tracciò quel professore piccolo di statura, timido, austero ma gigantesco nel suo generoso sapere, la cui ombra aleggia ammonitrice su un Paese che lo ha dimenticato troppo in fretta.